Con sentenza del 15 gennaio 2026 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze il 3 marzo 2014 durante un intervento dei carabinieri.
Magherini era morto per una serie di cause concatenate: aveva assunto cocaina e ciò gli aveva procurato un’intossicazione acuta, che a sua volta gli aveva scatenato una sindrome delirante. In preda a questa sindrome aveva cominciato a girare per la città, chiedendo aiuto, finchè era stato fermato da 4 carabinieri, che avevano provato a calmarlo parlando ed infine si erano risolti ad ammanettarlo per sedarne l’aggressività. A quel punto Magherini si era dinvincolato e aveva colpito alla testa uno degli agenti, i quali dunque l’avevano immobilizzato tenendolo in posizione prona a terra.
In Tribunale ed in Corte d’Appello i carabinieri erano stati condannati, perchè l’immobilizzazione era stata necessaria ma sarebbe dovuta cessare dopo pochi minuti, soprattutto quando Magherini aveva smesso di urlare e muoversi; la Cassazione ha invece ritenuto che i carabinieri dovevano essere assolti, perchè non potevano sapere che quella posizione era pericolosa per la vita, dato che nè durante l’addestramento, nè nei corsi di aggiornamento erano state fornite quelle indicazioni.
La CEDU non ha messo in discussione l’assoluzione dei militari pronunciata in via definitiva dalla Cassazione nel 2018, ma ha punito l’Italia per non aver impedito che i carabinieri agissero in modo da provocare la morte di Magherini.
Come? Osserva giustamente la CEDU che l’Italia non aveva predisposto per le forze dell’ordine delle linee guida ed una formazione professionale adeguate sui rischi dell’immobilizzazione in posizione prona: è stata infatti tale immobilizzazione, durata oltre 20 minuti, che ha portato alla morte di Magherini per asfissia posizionale.
Pertanto le procedure violente dei militari hanno violato l’art. 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, anche perchè era già noto fin dal 2003 che l’immobilizzazione con posizione prona è da considerarsi pericolosa per la vita: quindi l’Italia aveva l’obbligo di informare e formare i propri agenti con nozioni adeguate in riferimento alle tecniche da usare per non mettere a rischio la vita delle persone.
Inoltre la CEDU rileva che le indagini non furono svolte in modo corretto, poiché alcune testimonianze furono raccolte dagli stessi militari che erano coinvolti nell’intervento e che furono poi imputati. Ovvio che un testimone interrogato da chi ha commesso l’illecito non può che sentirsi sotto pressione rispetto a ciò che può dichiarare e pertanto le deposizioni non possono essere genuine e in buonafede.
Il principio affermato è chiaro: lo Stato è responsabile dei delitti compiuti dalle sue forze dell’ordine, se l’organizzazione, le procedure operative e le garanzie investigative non sono adeguate. Non ci sono colpe individuali ma si individuano chiaramente carenze del sistema.
Questa sentenza ha anche riconosciuto ai familiari di Magherini un risarcimento per la perdita del loro caro, certificando che lo Stato non ha fatto abbastanza per impedirne la morte: sulla base di questa sentenza l’Italia dovrà quindi pagare il risarcimento e quanto prima provvedere ad aggiornare le modalità operative relative all’uso della forza da parte dei militari, nonchè alla gestione delle indagini nei casi in cui sono coinvolti gli inquirenti.
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