Nel mio lavoro l’empatia non è un valore accessorio, ma una competenza professionale necessaria; per me è parte integrante dell’essere Avvocata.
Non ci si può ergere su un piedistallo e parlare al cliente con una terminologia esclusivamente tecnica. Quello non è il compito dell’avvocato – e forse neppure di un professore, se è vero che anche chi insegna ha il dovere di farsi capire.
Un legale deve saper cogliere i bisogni del cliente, comprenderli davvero e tradurli in un linguaggio accessibile: che si tratti di uno straniero che non parla bene l’italiano o di una persona che non dispone degli strumenti cognitivi o culturali per orientarsi tra norme e procedure.
Il mio compito è trasmettere informazioni in modo chiaro, saper leggere l’altro e, a partire da lì, proporre le soluzioni più adeguate alle sue reali esigenze.
Parlare solo in termini tecnici, rifugiarsi nel linguaggio giuridico o mantenere una distanza formale non significa essere più autorevoli: spesso significa non essere utili.
Chi si rivolge a un legale ha bisogno di capire con chiarezza rischi, margini di manovra, costi e conseguenze delle scelte.
Il mio compito è tradurre la complessità normativa in informazioni comprensibili e operative, calibrate sulla persona e sul contesto in cui opera: saper leggere il cliente, coglierne le esigenze reali e restituirgli soluzioni giuridiche concrete e sostenibili è parte essenziale del mio modo di esercitare la professione.
Per questo considero l’empatia una competenza tecnica, perchè il primo passaggio per costruire una difesa efficace e una strategia giuridica sostenibile è capire il proprio assistito, il suo vissuto, la sua psicologia, le sue aspettative e finalità.
Per essere una brava avvocata accanto alle conoscenze giuridiche ci vogliono doti di umanità, comprensione e sensibilità: altrimenti meglio secegliere altre professioni.
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