Nei giorni scorsi ho letto un libro di straordinaria umanità, scritto da Elvio Fassone, un giudice di quelli che speri sempre di trovare in tribunale.
In alcuni momenti mi soffermavo ad annuire amaramente e mi commuoveva scoprire che anche un magistrato può vedere ciò che vedo io ogni giorno da avvocata: carceri brutte, sporche, sovraffollate, disorganizzate, decadenti, fatiscenti, tristi, avvilentI, senza servizi, con poco personale rispetto alle effettive necessità.
Alcuni penseranno “Bene! Così deve essere una prigione! I delinquenti devono soffrire!”
E invece no, proprio no.
Coloro che delinquono non devono soffrire, anzi: se delinquono è proprio perché sono già in una condizione di estremo disagio e devono essere messi in condizione di non dover più commettere reati.
Perché solo stando bene, a livello mentale e psicofisico, trovando una propria dimensione personale, sociale e lavorativa si può smettere di delinquere.
E in un carcere dove non si studia, non si lavora, non si incentivano le passioni e gli interessi, non si stimolano la crescita interiore e l’evoluzione individuale, ma al contrario si costringono le persone a stare in condizioni squallide e disumane, nella totale inerzia e nella miseria intellettiva ed emotiva, non ci sarà rieducazione ma solo abbrutimento morale e materiale, con conseguente incattivimento.
E si restituiranno così alla società, alla fine della loro pena, persone ancora in difficoltà, più arrabbiare di prima, senza prospettive, senza futuro, con disturbi di comportamento, psichiatrici o psicologici, che saranno quindi ancora soggetti pericolosi. Che inevitabilmente continueranno a fare ciò che facevano prima, poiché non hanno altri strumenti per affrancarsi dai loro problemi.
Se tutti lottiamo per un sistema penitenziario migliore, per avere delle prigioni più umane, più ricche di insegnanti e di professionisti della salute mentale, di operatori e dirigenti illuminati, più organizzate e anche più belle esteticamente (perché la bellezza ispira il meglio, come sappiamo bene noi italiani!) facciamo un favore a noi stessi come collettività: perché ci garantiamo che chi sbaglia commettendo reati, possa essere recuperato, possa conoscere un’alternativa al male, possa scoprire che vivere nella legalità è fattibile e soddisfacente.

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