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LA VIOLENZA GIOVANILE

30 Marzo 2026

Oggi si parla molto di violenza giovanile e si afferma spesso che i ragazzi di queste ultime generazioni sono più precocemente dediti alla criminalità.

A mio avviso di tratta di una semplificazione che non regge sia sul piano educativo che sul quello giuridico.

Quello che osserviamo è che i minori non sanno gestire l’intensità delle proprie emozioni, in particolare la rabbia: non perché siano “peggiori” di chi li ha preceduti, anzi. Il motivo è semplicemente che nessuno ha insegnato loro come gestire ed affrontare le emozioni negative, senza necessariamente trasformarle in aggressività.

La violenza, in questi casi, non è un punto di partenza, ma uno sbocco.

Quando un adolescente arriva a un gesto estremo, l’errore è concentrarsi solo sul fatto in sé, che rappresenta solo l’ultimo anello di una catena: frustrazione non tollerata, percezione di ingiustizia, bisogno di affermazione, incapacità di contenimento.

Ogni ragazzo che delinque è indice di un sistema educativo che ha fallito: possiamo osservare come oggi non ci siano più limiti, nè confini, nè stabilità e, senza riferimenti chiari, i minori non possono sviluppare criteri per valutare la portata delle proprie azioni. Tutto quindi tende a scivolare sul piano della reazione immediata. E a questo si aggiunge un contesto che normalizza l’odio sociale: linguaggi esasperati, modelli relazionali conflittuali, esposizione continua a dinamiche in cui prevale chi si impone, non chi argomenta ragionevolmente.

In questo contesto la soglia di percezione della gravità si abbassa ed il risultato è che il passaggio dall’emozione all’azione diventa immediato, privo di filtri.

La famiglia e la scuola si trovano contrapposte: da un lato i genitori forniscono modelli educativi che evitano qualsiasi tipo di frustrazione, rendendo i ragazzi incapaci di tollerare e gestire la minima problematica; dall’altro gli insegnanti si trovano in difficoltà nell’esercizio dell’autorità di fronte a ragazzi che non reggono neppure un piccolo rimprovero.

In sostanza non è che i ragazzi di oggi siano peggiori dei coetanei delle generazioni precedenti, sono gli adulti che hanno smesso di fornire strumenti adeguati alla loro crescita e di conseguenza aumenta il disagio, emotivo, psicologico e spessissimo anche psichiatrico.

Dal mio punto di vista, quando si arriva al diritto penale, è già troppo tardi per intervenire: ecco perchè sarebbe importante introdurre fin dai primi anni della scolarizzazione percorsi psicologici di sostegno e supporto, a colmare quella lacuna che ormai troppo spesso lasciano le famiglie.

Non trovo corretto che siano gli insegnanti a doversi fare carico anche di questo genere di educazione emotiva, poichè non è di loro competenza e non tutti sono portati per questo genere di impegno, che richiede tra l’altro una preparazione specifica e mirata.

In molti paesi del mondo l’educazione emotiva è integrata nel calendario scolastico; speriamo che anche in Italia si riesca ad intervenire in questo senso, per arginare reati di genere e violenze di ogni tipo, che sono figlie di questo profondo malessere sociale.

Categoria: Attualità
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