Nel dibattito di questi giorni sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il confronto si è spesso spostato su un piano politico e ideologico, che rischia di far perdere di vista il punto centrale.
Da avvocata penalista vivo quotidianamente il processo penale e il funzionamento della giurisdizione; per questo guardo a questo tema prima di tutto in termini di equilibrio del sistema e di qualità del processo.
Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, condividono formazione, cultura professionale e organi di autogoverno: si tratta di un modello che ha una sua storia e una sua coerenza, ma che pone anche interrogativi sul piano della percezione di terzietà.
Il tema non riguarda il valore delle persone: nella mia esperienza professionale incontro magistrati preparati, seri, profondamente consapevoli del loro ruolo ed è proprio per questo che credo sia importante mantenere il confronto su un piano tecnico, evitando contrapposizioni personali o toni delegittimanti.
Nel processo penale, accusa e difesa sono parti contrapposte.
Il giudice è chiamato a essere — e anche ad apparire — completamente terzo.
La riflessione sulla separazione delle carriere si inserisce in questo contesto: riguarda l’assetto del sistema, la sua coerenza interna e la percezione di imparzialità.
Un eventuale intervento normativo in questa direzione inciderebbe anche sugli organi di autogoverno, introducendo modelli distinti e ridefinendo gli equilibri interni alla magistratura.
Si tratta, quindi, di un tema complesso, che merita di essere affrontato senza semplificazioni, con attenzione agli effetti concreti sul funzionamento della giustizia e sulla fiducia dei cittadini.
Al di là delle posizioni, ciò che conta è che il processo penale resti — e appaia — uno spazio di equilibrio, garanzia e terzietà.
VOTATE, POSSIBILMENTE SENZA CREDERE AGLI SLOGAN ED ALLE POLARIZZAZIONI POLITICHE, MA DOPO ESSERVI INFORMATI BENE TRAMITE LE PERSONE DI CUI AVETE FIDUCIA.
0 commenti