In questo periodo in cui tutti parlano dell’Odissea per via del film capolavoro di Nolan, mi fa piacere leggere soprattutto i commenti sulla figura di Penelope, che così bene è stata resa dal regista.
Quando ho deciso di dare un nome al mio modo di lavorare, ho scelto di chiamare il mio metodo Protocollo Penelope, proprio perché ho sempre amato questo personaggio e mi ci rispecchio molto.
E ho pensato che fosse una figura che parla profondamente anche del mio modo di intendere la professione forense.
Perché Penelope non è soltanto la donna che aspetta Ulisse: è una donna che resiste, riflette, capisce, organizza e sceglie.
È costretta a muoversi dentro una realtà governata dalle regole e dalla forza di altri, ma non si lascia travolgere da quello che le viene imposto.
Al contrario, studia una strategia per sfruttare la situazione in suo favore e utilizza con intelligenza le sue risorse.
La sua è una determinazione silenziosa, ma tutt’altro che passiva: è la potenza interiore di chi tiene insieme ciò che rischia di disgregarsi, di chi custodisce una casa, una memoria, un’identità e, nello stesso tempo, costruisce per il futuro.
È questo, per me, il significato più autentico della sua tela: Penelope tesse e disfa, ma non perde mai il filo.
Anche il diritto, in fondo, è una trama. È fatto di norme, principi, precedenti, fatti, responsabilità e soprattutto di persone: il mio lavoro consiste spesso nel ricostruire quella trama quando è stata spezzata, nel cercare il filo che unisce i fatti alla verità, i diritti alla loro tutela, la memoria di ciò che è accaduto alla possibilità di ottenere giustizia.
Penelope mi ricorda che resistere non significa rimanere immobili, piuttosto avere la lucidità di comprendere ciò che accade, la pazienza di costruire una strategia e il coraggio di non cedere quando sarebbe più semplice farlo.
Per questo ho scelto lei: non come simbolo dell’attesa e della passività, ma come simbolo della tenuta e della lungimiranza.
Penelope non è il silenzio, ma è la forza che nel silenzio prepara la propria risposta: rappresenta per me la capacità di custodire e al tempo stesso trasformare; di conoscere le regole senza esserne prigionieri; di tessere, con pazienza e metodo, una trama capace di resistere al tempo.
Ed è questa l’idea di professione che voglio comunicare: una presenza capace di ascoltare, custodire, costruire e, quando necessario, difendere.
Perché dietro ogni causa non c’è soltanto una questione giuridica, ma c’è una storia. E ogni storia, per essere davvero tutelata, ha bisogno di qualcuno che sappia riconoscerne il filo e non lasciarlo spezzare.
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