Ho visto ieri sera questo film su Netflix (https://www.netflix.com/browse).
Mi sono incuriosita perché riguardava il carcere, ma ero molto scettica perché non capivo se poteva essere un racconto verosimile.
Sono rimasta piacevolmente colpita perché è piuttosto credibile, persino nel finale, che non svelo, ma che davvero è ciò che pensavo fin dall’inizio che accadesse.
Gli interpreti sono tutti molto bravi, sembrano davvero dei detenuti, mi sono addirittura chiesta se non lo fossero realmente.
Antonio Albanese è perfetto nella parte, la sua vena malinconica e disperata è funzionale alla storia.
Sono ben descritti molti aspetti del carcere:
-le stanze dei colloqui, un metro per un metro, dove quasi ti senti soffocare,
-le porte che si aprono e si chiudono una alla volta,
-i mille divieti di introdurre cose dall’esterno (il pane solo tagliato a fette ad esempio),
-l’intransigenza della direttrice che vorrebbe essere buona ma deve essere necessariamente più che severa,
-i vestiti dei detenuti, sempre gli stessi giorno dopo giorno,
-i tanti controlli, che poi purtroppo spesso sono inutili,
-le liti per tutto e per nulla,
-le guardie esasperate e rassegnate.
Poi ovvio, mancavano le parti più drammatiche relative allo squallore delle celle, ai servizi igienici indecenti, ai tanti diritti negati, alle condizioni inumane di sovraffollamento e sfinimento psicologico (https://avvsarabattistini.it/about-me/la-maratona-oratoria-delle-camere-penali/).
Ma era evidenziata la componente più importante della vita di un detenuto: la mancanza di prospettive che fa sentire inutili, messi in gabbia a passare il tempo senza un senso e senza una possibilità di riscatto.
È lì che si inserisce il teatro, quasi un deus ex machina della storia, che diventa un motivo di evoluzione emotiva e spirituale.
Ieri si è ucciso un altro detenuto nel carcere di Prato, il 60esimo suicidio in questo 2024 ( a questo link il tragico contatore che le camere penali hanno istituito per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tragedia in atto https://www.camerepenali.it/cat/12391/non_c%C3%88_pi%C3%99_tempo_fermare_i_suicidi_in_carcere.html): non era neppure un ergastolano, ma evidentemente gli era insopportabile passare anche un altro giorno in un simile disumano disagio.
Come si possono recuperare delle persone se non si offrono loro prospettive di riscatto?
Nel film c’è una battuta che racchiude questo concetto: il maestro di teatro, rattristato dalla svogliatezza dei pochi che frequentano il suo corso, chiede qual è la motivazione che li spinge comunque a continuarlo, dato che non si impegnano e non si mostrano interessati alla recitazione.
Uno solo risponde: “perché quando stiamo qua, stiamo bene”.
È solo in questo stare bene che si può intravedere una possibilità di recupero sociale.
In mezzo ai giorni tutti uguali ed alle ore interminabili e vuote, chiunque regali ai detenuti uno spiraglio di futuro, dona alla collettività una speranza.
Purtroppo a volte non basta neppure questo, le recidive sono tante, tantissime: ma una società civile punta sempre sulla rieducazione più che sulla punizione.
(foto da Netflix)
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